L'approvvigionamento idrico della città fu inizialmente garantito da un sistema di pozzi e di fontane, che sono stati messi in luce durante gli scavi archeologici effettuati nell'abitato di Libarna anche se attualmente non sono tutti visibili. Successivamente, per l'espansione della città e la costruzione di edifici pubblici, quali il teatro e l'anfiteatro, l'approvvigionamento garantito dai pozzi non dovette essere più sufficiente e si avviò la costruzione di un acquedotto che, dalla valle del rio Borlasca, seguendo la valle Scrivia, portava acqua in città. La localizzazione della presa in terreno collinare, la necessità di attraversare numerose valli laterali e il percorso in pianura hanno certamente imposto ai costruttori la soluzione di numerosi problemi tecnici, superati grazie all'abilità costruttiva dei Romani che dimostrarono una completa, anche se empirica, padronanza dei principi fondamentali dell'idraulica. L'acquedotto di Libarna presenta uno dei più lunghi tracciati in Piemonte e per la morfologia del terreno e l'ubicazione delle sorgenti riveste notevole interesse come opera di ingegneria idraulica. Dalla presa, probabilmente ubicata nella vallata del rio Borlasca, in località Pietra Bissara, un'area ricchissima di sorgenti, il condotto iniziava il suo percorso discendente costeggiando la parete montuosa sino al torrente Scrivia, da dove, seguendo sulla sponda sinistra del fiume la conformazione del terreno, giungeva a Libarna. Numerosi autori ricordano nei loro scritti il rinvenimento di elementi della struttura del condotto che hanno consentito di ipotizzare con un certo margine di approssimazione il tracciato dell'acquedotto. L'acqua era un bene considerato di proprietà dello stato e come tale destinato, in primo luogo, ad un utilizzo pubblico: tale utilizzo si realizzava principalmente negli impianti termali e nelle fontane pubbliche, apprestamenti messi tradizionalmente a disposizione dell'intera cittadinanza, che ne poteva fruire liberamente e a titolo del tutto gratuito. In età repubblicana, solamente l'acqua in eccedenza sulle necessità pubbliche veniva destinata all'impiego da parte dei privati. Di solito soltanto le abitazioni appartenenti agli esponenti dei ceti più ricchi erano dotate di impianti di acqua corrente: i cittadini comuni si rifornivano invece presso le fontane pubbliche, la cui presenza costituiva una nota caratteristica e ricorrente nel panorama cittadino.
Testi: Sabrina Carrea e Marica Venturino Gambari
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